Cani e porci

Che caldo asfissiante proveniva dal mare, sembrava una fornace arrivata direttamente dall’inferno per mostrare ai peccatori il proprio destino. Metà maggio e si faticava a stare all’aperto, gli omuncoli sgattaiolavano tra i vicoli adombrati come demoni in fuga, la gente si nascondeva dietro paia di occhiali spessi, ridacchiando e sognando proprio come tutti i giorni, solamente , codardamente nascosti dietro sé stessi. Non si vedevano tossici in queste afose giornate giacché se ne stavano a smaltire i trip in qualche fogna al chiuso. La città se ne stava zitta a prendere il sole, il brusio della frescura era un ricordo di un paio di settimane prima, nulla più che pensieri nella testa di Albert, pensieri bui e senza briciole d’anima, pensieri interrotti tra una sigaretta ed un’altra, ce ne saranno state almeno una dozzina ai suoi piedi, marca Walrus, come ogni giorno.

Sedeva su uno scalino di qualche casa, aveva lo sguardo di chi fosse nell’attesa di attendere qualcosa, fisso in fronte a lui ma ben attento ad est ed ovest, come un nobile cacciatore scrutava il futuro srotolarsi tra le strade della città in fiamme confondendo gli odori delle gambe lunghe delle signorine accaldate con le asprezze delle sigarette Walrus, catrame a piccoli spicci. La prima volta che le aveva fumate fu grazie a suo nonno, all’età di 8 anni, ne presa una dal suo pacchetto e gliel’appoggiò tra le labbra. Non ricordava cosa gli avesse detto, sapeva solo che quelle parole lo avrebbero cambiato, ma ormai, era solo acqua passata. Poco più in là, a qualche metro da Albert le porte automatiche della libreria Inferus, la più grande della città, facevano uscire ondate di aria fresca data la massa di gente che la frequentava. Era sì la più fornita ma odorava poco di carta, quell’odore che è simile al sesso, quello che ti sale dritto al cervello come un pezzo degli Hawkwind, quell’odore che raggiungeva l’apice nel buio più totale della musicalità facendoti sobbalzare e pregare che tutto ciò non finisse più, tenendo gli occhi chiusi ed accarezzando le copertine ruvide e polverose dei libri aspettando quello che ti prendesse per mano e ti chiedesse di portarlo fuori con te e farci sesso.

«Che scopate, cazzo!», pensava Albert spalancando gli occhi e buttando dentro aria; aveva smesso di respirare un paio di minuti ed ora riassaporava il bisbiglio della città, che si accorse ben presto quanto poco gli fosse mancato. Odiava sudare almeno altrettanto quanto odiasse non sudare, in vita sua non era mai riuscito a sudare quanto bastasse a garantirli un normale flusso di umanità, era eccessivo in tutto o in nulla. Era vivo o morto, X o Y, matto o genio. Era così che lo si conosceva, anche se per tutti era semplicemente Albert Serchowski, uno scrittore che non ci aveva mai provato, un genio fallito, un’incognita che non andava ricercata perché troppo bella nella sua incompletezza, splendente ed indefinita, un santo peccatore, un pescatore di anime, un calvario delle menti, bello, fottutamente bello lì seduto con un foglio bianco eppure così sporco e vuoto che considerava il suo miglio romanzo e un pacchetto da 20 di Walrus Black nel taschino destro della sua camicia havana. Ne prese una, una bella lunga, la scelse accuratamente per un paio di secondi e poi svelto le diede vita e pian piano la uccise, ne aveva altre 9. Lui odiava il nove, portava male: lui era nato il nove, aveva perso la verginità un nove settembre ed aveva avuto nove donne, nove vite diverse, nove volte morto, aveva nove nei sulla gamba destra e da ragazzino a nove anni si era tagliato sul ginocchio sinistro e gli avevano messo nove punti. L’orologio della torre rintoccava le nove di quel mattino. Albert smise di sudare ed ebbe anche freddo, l’amaro della Walrus in bocca non si addolcì come avrebbe dovuto, si incupì come un’ombra nera nel deserto.

«Un’altra Walrus e tutto passa.» disse ad alta voce con la sigaretta già tra le dita, «Il futuro è di chi se lo fuma, maledizione!»

Aveva pensieri inerpicati tra le rughe della fronte larga e sbuffava agitato come sempre, seduto ancora allo stesso scalino, trepidante dell’incertezza del futuro, lo distolse solo un ragazzo sui vent’anni che s’appoggiò al muro col piede sinistro macchiando l’intonaco giallo con la sua suola fetida.

«Hey Albert posso offrirti una sigaretta?»

«Ragazzo, io fumo solo Walrus, tutti lo sanno in città. Tu ne hai? Immagino di no, nessuno ne ha perché sono l’unico a continuare a comprare quella merda; come siete cambiati e peggiorati con gli anni, io proprio non vi capisco più, tutti voi. Anche tu ragazzo! Cosa diavolo ci fai qui appoggiato a questo muro invece di masticare un po’ di armonica, che diavolo! Possibile che non vi piaccia quel maledetto suono dell’armonica! Era tutto quello che in terra si potesse chiamare paradiso, una semplice armonica e la tua voce. Diavolo, ragazzo.»

Il giovane guardava dall’altra parte come se stesse cercando le parole giuste, masticava amaro e si imbronciava. Serrò le mandibole e si irrigidì.

«Sei un povero diavolo. Ti siedi qui a dieci passi da una libreria per gustarti un film di cui ti scelto il finale e ti lamenti per il costo. Non ti capisco, non ti capisco proprio. Macchialo quel foglio bianco, macchialo oppure accartoccialo e gettalo via, così è solo una maledizione. Non lo capisci vero? Da quelle porte escono centinaia di mucchi di carta che valgono zero, ma il punto è sapresti fare di meglio? La verità, è che scrivono cani e porci. L’altro giorno ho preso un libro d’impulso, una banale storiella di pessima inventiva dal titolo “L’invasione delle angurie giganti”, una vera defraudazione dell’arte in sé; e lo sai che il tizio che l’ha scritto, un certo Francesco Trocchia che si finge un grand’uomo col suo maglione a collo alto ai salotti culturali in giro per lo stato, beh questo tizio ha fatto parecchi soldi; e sai cosa, che si dice li abbia pure investiti male, insomma abbia buttato parecchi verdoni in giro. Anche se potrà essere un artista da un’opera sola, beh lo stronzo ci ha fregati tutti, ma soprattutto ha fregato te. Io te l’ho detto, bastardo di un diavolo. Ricorda: cani e porci. Cani e porci!»

Chiuse il suo sproloquio e si allontanò veloce, così rapido che la sua ombra stentava a stargli dietro e si allungava sull’asfalto restando aggrappata allo sguardo assente di Albert, colpito ed affondato.

La gente che camminava sembrava essersi ammutolita tutta quanta, il vento sibilava con timore e gli sguardi non parlavano a vicenda. Una folla silente e rapida si spostava, in mezzo Albert rimaneva lì seduto con lo stesso respiro in gola da un minuto buono. Quell’aria che stantuffò fuori interruppe questa fotografia di questa via di una stupida città a metà maggio. Sparì il silenzio e tornò il brusio con la folla che sembrò tutto ad un tratto muoversi sempre più veloce, in un turbine di movimenti scomposti per recuperare il tempo perso. Nei nostri anni anche pochi attimi sono tempo perso. Nei nostri anni non abbiamo più tempo perché i nostri non sono più anni, è solo tempo che non abbiamo che si accumula con altro tempo che non abbiamo che diventa un anno che non avremo. Per tutti, tranne che per chi sa starsene seduto ad aspettare il suo tempo ritagliandosi il suo spazio nei suoi anni, quello è avere tempo, ed il tempo era l’unica cosa che non mancava ad Albert.

«Sono le nove e un quarto.» parlottavano due passanti.

«Quest’ora è lunga a morire» pensò Albert. Si alzò passandosi le mani sui fianchi sistemandosi i pantaloni, poi afferrò il pacchetto ammaccato di Walrus e ne mise una in bocca senza accenderla, fece un passo e dopo un altro e si allontanò. Se ne andava per i vicoli del centro passando sotto le tettoie e le balconate protetto dalle loro ombre tenendo lo sguardo guercio quando veniva trafitto dai raggi troppo accecanti. Salutò un signora anziana che portava un carrellino a rotelle per la spesa, fu educato nel suo cenno col capo e nelle sue parole e la signora col suo cappello viola si allontanò a passettini stanchi e deboli ma felice del fatto che le buone maniere non fossero del tutto morte. Schiacciò il naso su diverse vetrine osservando lo sguardo dei negozianti che avrebbero dovuto ripulirle presto. Un negozio di pipe, una drogheria, una salumeria, un salotto del baratto ed un circolo comunista che di vetri non ne aveva perché il vetro ripetevano dall’interno «È il simbolo del potere dei padroni!». Le vie si intersecavano tra di loro creando storie che andavano solo raccolte, prima osservate e poi copiate per farci qualche soldo, le vie erano pagine piene d’inchiostro di cui nessuno osava prendersene il merito, tantomeno Albert. Faceva forse troppo caldo per notare gli amori sbocciare e le storie di estorsioni ed espiazioni religiose che bisbigliavano dalle finestre e tra i negozi di verdure e di carne: un fuoco di paglia che il caldo stava per incenerire, ci sarebbe voluta dell’acqua santa, della vanità femminile o magari un oceano capace di resettare il genere umano tutto.

L’unica certezza era che ad Albert non bastassero più le sue certezze, che fosse caldo o che facesse freddo: provava timore.

«Dio sta giocando con il fuoco. E mi sto innervosendo» pensò entrando in un bar fetido che puzzava di piscio.

«Hey barista, sicuro che il tuo pendolo vada bene? Non è possibile che siano ancora le 9:30, mi sembra di camminare da ore», nessuno rispose e tantomeno nessuno lo guardò. Stette lì in attesa un paio di minuti in piedi sull’uscio, poi si spazientì e girando i tacchi uscì di colpo da quella topaia. Malediceva quella fetida ora e come facesse diventare le persone inclini allo scandire del tempo, distrattamente girò l’angolo per tornare verso casa. Dall’altro capo, una ragazza con una montagna di libri in mano a passi velocissimi accaldata per lo sforzo si avvicinava allo stesso angolo di muro.

Il sole brillava, dai balconi la gente sgrullava le tovaglie piene di briciole e gli studenti si erano da poco messi a dormire mentre Albert dormiva sogni tranquilli a terra, con un poco di sangue che gli colava dalla tempia sinistra unendosi nelle incanalature dei sanpietrini con il rossore della giovane studentessa, i cui occhiali cadendo si erano scheggiati e non avrebbero più potuto leggere bene quei bei libri di Dostoevskij. Non curanti, i passanti aggiravano quei due maldestri a terra, disgustati, infastiditi, affranti ed affrettati. I due venivano scavalcati da gente vestita bene, con cravatte bene annodate ed abbinate al cinturino di camoscio; sembrava ironicamente una metafora di questa società per gente come Albert perennemente stesa a terra. La ragazza si riprese per prima, scompigliata tentò di sistemarsi i capelli pagliericci mentre appoggiava la mano destra a terra palpando qua e là nel cercare i suoi occhiali. Si ricordava solo una gran fretta e un tonfo, poi vide i balconi e la luce bianca del sole di metà maggio accecarla; afferrò le lenti e le indossò notando il graffio, sbuffò grugnendo e la bocca si storse. Poi guardò Albert, steso accanto a lei, con gli occhi spalancati e i capillari di rosso fuoco, coi palmi serrati e il collo tutto teso; si spaventò temendo che fosse morto perciò tentò di smuoverlo dolcemente, con la mano tremolante e la voce tiepida.

«Signore.. signore sta bene… devo chiamare un dottore?» sussurrava così dolcemente che Albert mosse gli occhi spettrali verso la giovane, spalancandoli sempre più facendo si che si inumidissero tornando a sembrare un po’ più vivi. Inarcò la schiena e si sollevò goffamente.

Poi esplose: «Ho capito, ho capito tutto, diamine di un diavolo! Cani e porci. Cani e porci capisci! Tu lo sai o no che tutta la nostra vita è essere cane o porco? Riesci a capirlo questo? Tutti ti dicono che non puoi essere altro, ma è solo un trabocchetto, un indovinello, un tranello. Io, tu e tutti gli altri possiamo essere tutto ma proprio tutto, tutto ma non cani né porci! Sono solo parole, e ci voleva per arrivarci quel bagliore che deve avermi acceso la mente o bruciato qualcosa, ma ora questo non importa; quel che conta è che io non sono ciò che si dice si possa solo essere e ho capito di essere. Ora tutto mi è chiaro!» la ragazza lo guardava sbigottita ed un po’ impaurita, doveva aver preso una bella botta in testa pensava tra sé e sé.

«Tieni, raccogliamo i tuoi libri che lui anche aveva capito quel segreto, diavolo di un russo!», le porse i libri pesantemente, la fissò con un sorriso malato e le diede un bacio sulla fronte. I capelli secchi della giovane si mossero al lieve cadenzare del vento mentre osservava quel folle saltellare via, spinto via da chissà quale forza divina. Con lo sguardo retto gli augurò tutto il bene possibile, e fu la prima volta che una cosa del genere accadde al buon Albert che nel frattempo si muoveva di fretta scomposto per i vicoli che prima aveva percorso in direzione opposta. Rivide tutto nell’ottica inversa, un po’ come se fosse a testa in giù e riuscì ad apprezzare tutto meglio, gettò una moneta nel cappello di un suonatore di xilofoni e salutò cortesemente la stessa vecchietta di prima, schiacciò di nuovo il suo naso sulle vetrine appena ripulite che si andavano appannando per via del fiatone; non faceva altro che ondeggiare da un lato all’altro dei vicoli con un’ingordigia che non aveva mia provato. Arrivò anche ad afferrare per i gomiti un ragazzino suggerendogli a voce bassa il segreto della vita. Sorrise nel non essere compreso, sorrise come mai aveva fatto e corse via.

Era un scheggia impazzita. O era forse il mondo ad esser folle standosene fermo.

Dopo tanto tintinnare da un capo all’altro si ritrovò al punto di partenza, lo scalino sul quale aveva seduto poco prima era pieno di mozziconi spenti. Gli venne voglia e aprì il pacchetto.

«La vita è di chi se la fuma.» ripeté ancora.

Ne prese due e le accese assieme, che amplesso. Le fumò entrambe in pochi attimi e con pochi sospiri e le gettò ancora accese, lasciandole svanire lentamente nel vuoto della piazza.

Si pose diritto innanzi le porte scorrevoli ed entrò all’inferno.

«Avvisiamo la gentile clientela che ha inizio un quarto d’ora di sconti super! Sono le 09:45 e per i prossimi 15 minuti su libri contrassegnati dal bollino viola otterrete incredibili offerte!». Tutto si agitò. Tutto divenne caos. Gli scaffali di filosofia facile vennero presi d’assalto, i reparti di biografie di personaggi famosi si svuotarono in men che non si dica mentre con difficoltà il personale infilava nuovi volumi nelle voragini che si venivano a creare. C’erano grida e spintoni e l’aria stessa fremeva, la sensazione era di una malsana tracotanza verso gli dei della cultura, ma tutto ciò era previsto dall’etica dei codici a barre che impestava la modernità. Nella calca afferrò 4 libretti di carta giallastra con copertine plastificate, dai titoli ridondanti di superficialità. Si avviò alle casse e attese 10 minuti il suo turno, mantenendo il suo sorriso e velatamente ammiccando al mondo della lettura commerciale; era sano, di certo non bello ma come loro, come gli altri, forse addirittura sapeva esserlo anche di più. Era ciò che tutti volevano essere e potevano aver il coraggio di essere.

Pensò con convinzione a come potesse essere semplice vivere in questo mondo.

Infine venne il suo turno e Albert pagò con banconote spiegazzate, rifiutando la carta fedeltà. Optò per una bustina poco costosa e si informò sulle qualità del materiale da cancelleria. Sorrideva. Ammiccava. E salutò: «Cani e porci! Qui vendete cani e porci! E questo posto è per cani e porci!».

La cassa numero 3, quella accanto suonò al passare di un manuale di metodologia sulla scrittura creativa, un fastidioso bip mentre Albert si rivoltava sulla strada gettando la busta al primo cassonetto che incontrò, dirigendosi verso casa con una foga che non aveva dai suoi venti anni. Aveva sconfitto il suo demonio e camminava sotto il gelido sole; i passi erano musica d’alta opera, una melodia, un suono soave del trionfo nel brusio della città, un’orchestra sotto l’afa di metà maggio.

Si ritrovò d’un baleno alla sua scrivania appoggiata al muro finestrato che dava sul cortile interno dove l’ombra degli alberi di limoni dava riparo a quattro vecchie intente a lavorare a maglia. Ci aveva messo porco a tornare, facendo solo una sosta per concedersi un pacco di Walrus Especial 20, decisamente più costose ma il piacere che ne ricavava valeva di certo la spesa; in fondo doveva festeggiare e appiccare fuoco alle sue streghe. Si tolse solo metà maglietta, il resto gli rimase incastrato al gomito sinistro ma non aveva tempo, si mise incerto alla sua Remington nera portatile e batté il primo colpo. Si sentì vivo, e disse un «Yep!» e poi un «Hurrà!», poi un «Uhhhhh…», si sorprendeva e il suo esclamare andò mescolandosi al ticchettio dei tasti. Quanto amava quella W vecchia, usurata e sbiadita che usava poco: avrebbe voluto premerla più volte e con più veemenza. Walter, wafer, wow, wof; non sapeva altre parole con la W se non Serchowski. Perciò annerendo i fogli col catrame Especial 20, decise di scrivere di sé stesso, di riempire di W tutti i fogli, di raccontare una storia che sarebbe stata la storia. Con un dito alla volta come un balbuziente le pagine iniziarono a riempirsi e la scrivania ad accumularsi di carta, bicchieri sporchi e pensieri di sogni infranti nel posacenere. Amore e odio e la lettera Y che si staccava, la colla con la quale la riparava si impregnava sul legno vecchio del tavolo quando le Walrus friggevano nell’aria facendo il loro solito bzshhhhh quando le aspirava; cigolava l’imposta di legno e arrivava l’odore della crostata di ciliegia della signora di sotto; di tanto in tanto ripeteva l’alfabeto per non impazzire del tutto e teneva bene a mente le regole con le quali e per le quali aveva iniziato a scrivere, mentre il grammofono grufolava del bepop. «Uhhhhhhhhhh, hurrà!»

Dio suonava le campane, erano le 10 in punto, era come al solito un po’ in ritardo.

Era l’ora di scriversi la propria vita.

- Cani e porci. La mia vita -

Albert Serchowski

Le pale di un ventilatore da soffitto in un ufficio della Bernold Editori smuovevano l’ammasso di fogli di carta buona comprata per l’occasione, appoggiato sulla scrivania accanto una statuetta che ritraeva la posa di un golfista alta circa 15 centimetri. Era stata letta, spocchiosamente spiegazzata all’angolo destro per la noia ed accuratamente riposta pagina dopo pagina dove ora si trovava. Albert sedeva davanti una scrivania noce liscia e lucida con intarsiature geometriche. Accavallava le gambe ed il suo pantalone di velluto ocra scostandosi sollevava nuvole di polvere, sorrideva tranquillo osservandosi le dita sporche d’inchiostro e scrutando sulla parete di fronte a lui foto di gruppi di persone in vari raduni, poi targhe, attestati e premi ed un blue marlin parlante appeso che contorceva la pinna. L’uomo del blu marlin che in una foto sulla sinistra indossava un buffo cappello da pescatore verde scuro avrebbe presto deciso il suo futuro.

«Signor Serchowski abbiamo letto la sua bozza, ebbene quello che mi sento di dirle è che in effetti si, noi pubblichiamo cani e porci. Lei ha perfettamente ragione. Ma quello che mi sento di dirle è che non pubblicheremo lei, sono dispiaciuto ma lei non è uno dei “cani e porci”. Lei è meglio, mi creda. Le auguro buona fortuna e una buona giornata.»

Albert si alzò felicemente sorridente e uscì per strada, era una giornata meravigliosa, col sole alto e la certezza di non essere né un cane né un porco. Al polso segnava le 09:09, era la sua ora fortunata.

Chiamò un taxi fischiando come accade nei film e gli riuscì per la prima volta in vita sua che il tassista effettivamente si fermasse, con voce ferma disse:

«Mi porti ovunque ma non a casa, faccia lei. Oggi è davvero una bella giornata, le dispiace se mi accendo una Walrus? No di certo, vero.»

Si intravide nello specchietto retrovisore, avrebbe di certo lasciato una mancia al tassista indiano, di certo avrebbe fatto un milione di cose, di certo sapeva che mentiva.

Bzshhhhhh…

Buttò fuori Walrus pura, ingiallita ed affogata; ticchettava il tassametro, il sole spazzolava il cielo, le vie si assottigliavano e sembravano tutte uguali annerite dalla velocità, col dito apriva e chiudeva la serratura della portiera. Aspirava, aspirava ancora.

«La vita è chi si se la fuma.» pensò sparendo oltre l’afa di una giornata di metà maggio di questa stupida città.

Luna bassa che spia tutti noi

Luna bassa che spia tutti noi

e luci spente sulla strada.

Solo ombre che col vento ti salutano

e sul cuore, poltiglia di catrame.

Flash ad ogni battito di ciglia

e con il tappo ad un orecchio

solo per sentirci scorrere il mare dentro

e rinfrescarti.

Perché fa caldo per te che vaghi in un costume

per confonderti tra gli altri e confondere te stesso.

 

La luna non si alza e riesci ad accartocciarla

buttata lì come se non fosse nulla

e tu fossi qualcos’altro da te stesso.

Che la penna taccia

La scrittura mi ha aperto quel me stesso che tanto desidero e odio allo stesso tempo. Sono vorace e sapró esserlo sempre di più. Maledetti i miei versi così scialbi e le mie storie noiose da farmi girare lo stomaco su sé stesso, maledetto me il giorno che innanzi lo specchio iniziai a parlare e parlare e parlare: tutto ció è divenuto solo blaterare. Quanta deleterio prurito so causare?

Oscuro i cieli mentre cedo al mio abisso e smarrita la strada del ritorno me ne sto in silenzio, ad un angolo di me stesso.

Perle ai porci.

Perle ai porci ripetevo.

Peccato essere banale come coloro che evito accuratamente. Che miserabile questo tricheco.

Che la penna taccia subito, come la mia voce, più del mio sguardo.

Mio nonno

A mio nonno,

al grido di vivi e insegna mi hai insegnato a vivere.

 

 

 

 

È strano starsene qui seduti con le gambe intrecciate, con le cosce a contatto col pavimento gelido come capitava spesso da ragazzino. La schiena appoggiata alla dorsale di legno che ricopre l’arcata che va da una parte all’altra della stanza e che con lo sguardo percorro piano piano, in un senso ed in quello inverso affaticandomi scavalcando uno scalino alla volta quest’immensa scala a testa in giù; tutto pare come allora, l’odore del borbottio dei fornelli e l’incresparsi delle nuvole oltre le finestre in un cielo che si accartocciava nel grigiore dell’inverno che avrebbe presto bussato forte alle porte, tutto è rimasto tale, come i volti sulle foto lì sui muri e l’argenteria che a poco a poco ha perso lucentezza ma che conserva la sua integra bontà.

Tutto scorre e resta uguale, solamente un po’ più stanco.

Sono le 11 più o meno. L’orologio fa i dispetti, la puntualità come carattere no. I miei capelli ondosi vibrano quando il portone si chiude in un tonfo che riecheggia in tutta la casa attirando la mia attenzione, perfino un uovo di struzzo rosato nella vetrina sembra perdere l’equilibrio e per pochi attimi dà l’impressione di venir giù; la moka stenta a fischiettare ma inonda le arcate del salotto di un soffice odore sollevato soavemente dal canticchiare di mia nonna nell’altra stanza. Io bambino, m’incuriosisco. Da lontano i passi bruciano l’attesa, fieri uno ad uno, come il tempo, come un dolce deja-vù. Il bello di essere bambino è essere capace di dare una cosa per scontata ed al tempo stesso esserne totalmente agitato, preso, afferrato come in un dolce gioco di seduzione nell’amplesso dell’amara conoscenza della vita. Gli occhi tesi si irrigidivano e la testolina scoppiava di domande. Cosa ci sarebbe stato questa volta nel secchio? Chiudendo gli occhi contavo fino a tre quasi ad esprimere un desiderio e lasciavo che il fruscio aspro della porta sul pavimento squarciasse i miei pensieri. Erano le 11 e mio nonno era tornato dalla campagna, stanco e sporco, con la terra che come in un felice quadro avanguardista gli impregnava i pantaloni tenendo in mano un pesante secchio verde.

Oggi era giorno di pere.

Sono anni che ormai mio nonno in campagna non va più. Ma seduto a leggere il giornale in salotto lo si vede alzare lo sguardo e salutare a modo suo le colline tutt’intorno. Non gli ho mai chiesto cosa pensasse in questi momenti perché non ne ho il bisogno, in fondo lo so benissimo. Gli occhi son gli stessi, neri e duri che sanno arrivano ben oltre l’orizzonte, tanto gelidi che la gente si chiede come possano scaldare così tanto un’anima, ve lo assicuro. Ed oggi come ieri, a pochi passi l’uno dall’altro lo stesso sguardo diviso da mezzo secolo di vita ma unito da qualcosa che pare difficile spiegare, forse proprio quell’orizzonte dove tendiamo a sporgerci, con la mano, con la mente.

Il mondo da una finestra odora in modo diverso, un po’ di chiuso un po’ di clichè post-moderno. Il giornale parla parla e bla bla bla, la mente scappa verso i ricordi in bianco e nero di foto che sbiadiscono negli armadi ma non nella memoria statuaria di uomo che alla vita stessa aveva insegnato come vivere. Su per le Alpi svizzere con la sigaretta in bocca dandone tre bei sorsi e soffiandone via nuvole dense di pensieri che annebbiavano tutto, soffiava la mente di mio nonno come uno scirocco scoprendo le pietre massicce delle piramidi egizie nel caos di suoni e odori del suk di Alessandria con qualche ragazzino con la cariola che lo seguiva in attesa della ricompensa. Tornano i monti e poi le colline ed i deserti, poi le spiagge ed i beduini, le navi e le corse in auto su e giù nel dorso spinoso dell’Italia e per il mondo con i pensieri ad intrecciarsi, sempre accesi dagli occhi e dal cuore, immenso e raccolto nel palmo della mano, un po’ ruvido ma che sa carezzare. Dall’alto ad osservare e scriversi la vita nella memoria come in un taccuino con le pagina ingiallite dal fumo, un libro segreto custodito dalla riservatezza e dagli occhi che così bene mi pare di capire. Quegli stessi occhi che si distraggono dal giornale e volano tra le pagine del taccuino, sulle onde vorticose del fumo di una MS e di corsa giù dalle dune lasciandosi cullare dal caldo ricordarsi di sé stessi.

La vita sa rattristare anche quando è bella, sarà per questo che la gente fuma troppo, la nebbia distrae lo sguardo e culla i ricordi annerendoli e facendoli sbiadire.

Poi le foto sbiadite vengono infiammate da una voce dalla cucina.

«Ciccio!»

Chiunque abbia mai frequentato quella grande casa verde non può dimenticarsi quel suono, inconfondibile. Impresso nella memoria e sui sorrisi che provoca sui volti di tutti,perché così bello, così di casa. Tutt’oggi continuo infatti a sorridere steso sul pavimento di marmo del salone mentre cerco la frescura dall’afa di agosto, sorrido e con i piedi spingo spostandomi ed avvicinandomi un poco più vicino la porta tanto per osservare quelle mani stanche pulire il pesce. Avrei voluto tante volte imparare a pulirlo in quel modo, anche solo per imparare qualche altra cosa, ma a me il pesce non è mai piaciuto, abbiamo sempre riscontrato un’incompatibilità reciproca. Ricordo però quando quelle stesse mani erano meno stanche, erano più forti nell’aspetto e più sicure nei gesti e seguivano i movimenti delle parole dei suoi discorsi così come un maestro d’orchestra armonizza tutti i suoni, mio nonno armonizzava le sue idee ed i suoi ricordi in caldi discorsi pervasi da una vita intensa che si stagliava come una storia nei miei occhi. Bastava seguire l’ondulare deciso dei suoi palmi per scivolare nei sogni e cadere a capofitto nella sua vita, nelle sue avventure guidati dalla sua voce, rombante come il motore della vespa che aveva in gioventù. Era stato uno dei primi del paese, mi ricordano spesso. Un piccolo paese, troppo piccolo per queste storie con strade troppo corte per chi ha lo sguardo che arriva ben oltre.

Che sia solo questo il segreto, guardare oltre scrutando l’orizzonte accarezzando il futuro con il cuore prima della mente?

Avvicinandomi sbirciando nelle ante della dispensa è piuttosto facile notarlo volgersi lievemente verso di me, poi la domanda a voce bassa. «Come va l’università?»

E mi giro guardando il tavolo della cucina; ci sono io che dondolo su una sedia di legno dalla quale continuo a togliere i perni per gioco, che tutt’ora se ne sta lì un po’ più traballante e mio nonno seduto sulla panca appoggiata al muro. I quaderni che iniziavano con le tabelline ed i ricordi delle letture ad alta voce di italiano, le lettere A ed i libri di scienze; le ore che scorrevano nell’orologio sopra il tavolo che di nascosto sguardavo e gli occhiali neri sul suo volto che riflettevano le mille tonalità sbarluccicanti del camino alle mie spalle. I pomeriggi seduti uno di fronte all’altro coi fogli sparsi su tutto il tavolo ed i discorsi sul latino e sul greco che con gli anni vennero fuori e che ci facevano sorridere. Le parole, le parole, le parole. «Su quel tavolo ce ne abbiam passate di ore assieme vero?» è una cosa che vorrei dire spesso, ma poi taccio.

Ci penso solo un po’ su e sorridendo amaramente rispondo a voce ancor più bassa: «Tutto bene, tutto bene nonno.»

Il tempo di lasciarsi sfiorare dalla brezza del balcone che è pronto da mangiare. Ricordo quella stessa panca appoggiata al muro dove ci sedevamo accanto, lui un’omone alto ed io bambino che con gli anni però crescevo e lo raggiungevo ed ora che invece l’ho raggiunto abbiam cambiato tutti posto, come a voler dire di aver imparato quello che si dovesse imparare. Ed un buon bicchiere di vino diventa più confidente assieme ai discorsi da adulti che escono dalle bocche carnose che con gli occhi neri e gli sguardi da bambini che sognano ancora quello che è stato e che sarà. Si confondono i ricordi in un’unica grassa risata come se davvero quello sguardo ci unisse più del fatto di avere lo stesso nome.

«Io vado a riposarmi.»

«Ci vediamo dopo nonno, passo a prendermi il caffè.» è quello che rispondo, ma in realtà penso: «ci vediamo dopo nonno, passo a chiacchierare un po’».

E guardando il piatto vuoto presto attenzione ai passi, com’eran prima e come son oggi, in fondo sono solo un po’ più stanchi ed affaticati perché di strada quelle gambe ne han davvero fatta.

Ed io lo so bene che in realtà ci stai fregando tutti, te ne stai lì sul letto a fingere di dormire, ma in realtà te ne starai seduto a qualche tavolino somalo al riparo dalla calura in compagnia di qualche locale a parlare chissà come e chissà di cosa. E alle tue spalle un muro di calce bianca, così fresco. Accanto a te, ai tuoi piedi quel ghepardo che ti teneva compagnia. E ci stai fregando ancora, lì con gli occhi semi chiusi nel letto a controllare che non ci sia nessuno, col viso che smorfia tutto e la bocca che si acciglia, lì al tuo tavolo con la camicia avana sporca di calce, ti fumi la tua MS a sorsi pieni e buoni e guardi oltre la scia di nebbia grigiastra e la soffi via sussurrando: « Che vita! Che vita!».

«E ci stai fregando tutti che credevamo di averti tolto le sigarette..» penso ridacchiando appoggiato al muro accanto la sua stanza, controllando se anche questo muro abbia macchiato la mia camicia, ma ahimé così non è.

E alle mie spalle chiudo la porta. BAM.

«Che vita! Che vita!», mi rimbomba in testa. Un passo alla volta per le scale e una sbirciatina alli viti sulla testa che una volta rigogliavano splendenti con l’uva grossa che mangiavamo il pomeriggio, appoggiati al vecchia Renault bianca col cassone piena di terra ed attrezzi col cambio in orizzontale accanto al volante. Le pietre del pavimento un po’ più rialzate e qualcheduna ormai a pezzettini. Mi giro gettando l’occhio alla finestra dove mi controllavi attraversare la strada, è aperta ma non c’è nessuno; sarà che son solo un po’ più grande, sarà..

Tutto scorre e resta uguale, solamente un po’ più stanco. Forse non proprio tutto, ma noi e noi sguardi neri e le colline tutte intorno si.

È così, si deve essere proprio così: siamo solo un po’ più stanchi..

La fretta uccide

Ho mentito. Ho mentito al mio dottore. La lingua, la testa, l’ipofisi o la milza, ora non ricordo. Non avevo nulla se non fretta. Fretta di veder crescere il mio bonsai accartocciato sopra il letto; fretta di nuotare vestito nell’insipido caffè delle 3 di pomeriggio nel cui fondo vedo il futuro, non il mio ahimé; fretta di attraversare la strada di notte senza macchine in giro; fretta di fuggire da qualsiasi cosa si ricordasse del mio volto; fretta di scrivere e di buttare i fogli macchiati d’inchiostro; fretta di me; fretta di te; fretta per quei biscotti in forno che ho mangiato ed eran crudi ed è per quello che mi son trovato dal dottore.

Ma sia chiaro: solo per fretta.

Partire e tornare

Son sparito per mesi è vero… dove son stato? Con chi? Perché?

Tutte domande che mi pongo e col tempo avrò modo di esporle nei miei versi. Per l’ennesima volta son partito e son tornato in quella che chiamo casa. Son uscito di senno ed ho viaggiato verso la mia tanto adorata Cina ed ora qui seduto, alla mia scrivania son pronto a raccontarvi le storie che la mia mente ha pensato di vedere.

Son tornato, sperando che voi mi abbiate aspettato.

Nuova collaborazione!

La domenica è uno dei giorni che odio di più, per fortuna quest’oggi viene pubblicato un nuovo racconto, uno di quelli che sento più visceralmente miei. È ospitato sulle pagine della fanzine Slowmind One che vi consiglio calorosamente di divorare, in fondo presentandosi come “una fanzine di letteratura impopolare” non poteva non piacermi.

Il racconto racchiude in sé la solita claustrofobica solitudine che sottile come il suono di un violino stagna nei miei racconti, ma in un contesto per me nuovo, una strada semi-deserta della caotica Tokio, che chissà poi esista davvero. Il titolo è esplicito come piace a me, crudo e nudo. Ora non resta che leggerla, qui “Cam girl in Japan”. Naturalmente sono sempre apprezzati i commenti, sia positivi che negativi, l’importante è farmi sapere la vostra opinione!

Sentitamente.

Spud

Il tricheco sbarca su tumblr!

Ho appena aperto un account su tumblr, ora dovrò ben capire come gestirlo al meglio tuttavia per chi fosse interessato questo è il profilo. Quindi questo servizio si andrà ad aggiungere a quelli dove sono già presente con uno spazio dedicato al tricheco psichedelico, ossia Facebook, Twitter e Google+. Naturalmente questo rimarrà l’unico blog mentre lì cercherò di unire sotto un’unica pagina tutti gli spazi virtuali dove sono presente. A breve verrà quindi anche aggiornata la pagina “Contatti”, e probabilmente riproposta in una nuova veste.

Insomma il tricheco non dorme mai…

Scrivere una poesia

C’è da svegliarsi e sentirsi folli

nella stagione annoiata che cavalca questi giorni.

Annaspare aprendo gli occhi

nel ricordarsi i sogni bui

da disegnare sulla propria pelle

e farli sbiadire col biancore

delle mie mani.

 

E un po’ di nulla e un po’ di tutto

che mi passa per la testa

come il frastuono arido

delle mie labbra secche.

Sono giorni che rapisco le parole tra i denti,

ad ogni sbuffo,

ad ogni tuono.

 

In questa città ci si calpesta l’ombra

per dire solamente

scrivere una poesia.